Il primo aviogetto italiano

Il primo aviogetto italiano fu il FIAT G.80, addestratore biposto progettato dal professor Gabrielli, con turboreattore De Havilland “Goblin”, e venne costruito a Torino (Aeritalia) e assemblato alla base militare di Amendola (Foggia), dove effettuò il primo volo il 9 dicembre 1951, pilotato dal comandante ingegner Vittore Catella.

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Negli anni ’50 il professor Gabrielli, nella sua veste di direttore della FIAT Aviazione, sviluppò alcuni importanti impianti nell’area torinese quali il centro per le turbine a gas presso il Sangone, il centro per l’avionica a Caselle e una galleria del vento all’Aeronautica d’Italia (Aeritalia).
Dal 1952 al 1954, Gabrielli organizzò dei corsi sulle turbine a gas applicate alla propulsione aerea.
I corsi erano svolti da alcuni docenti del Politecnico e tecnici della FIAT , tra cui l’ingegner Ugo Sacerdote, pioniere dell’industria spaziale torinese.
Nel 1952 venne creato un gruppo di ricerca aerospaziale della nato denominato AGARD (Advisory Group for Aerospace Research and Development) nel quale il professor Gabrielli, grazie ai suoi contatti con von Kármán (capo dell’AGARD), riuscì a inserire l’Italia nella ricerca aerospaziale internazionale.
Fra gli anni ’50 e ’60 Gabrielli studiò possibili modifiche al FIAT G.91, per aumentarne l’accelerazione al decollo, con l’applicazione di razzi JATO prodotti su licenza americana nello stabilimento BPD-FIAT Avio di Colleferro.

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Il test di collaudo si svolse con successo sull’aeroporto di Torino Caselle (comandante Simeone Marsan) mentre il 27 luglio del 1961 sul campo di Fort Rucker (Alabama) fu effettuata una dimostrazione di decollo con quattro razzi JATO sganciabili.
Purtroppo, durante la prova, si verificò un disastroso incidente che provocò la morte del pilota comandante Bignamini, alla cui memoria fu conferita la medaglia d’oro al Valore Aeronautico.
Gabrielli tuttavia portò avanti, in collaborazione con l’ingegner Sacerdote e il generale Licio Giorgieri, diversi altri progetti concernenti applicazioni di razzi al G.91, tra cui un progetto (rimasto però tale) riguardante una versione del G.91 con booster per lancio da rampa.
Nel settembre 1956, al VII Congresso Internazionale Astronautico tenutosi a Roma, fece scalpore la relazione del professore Aurelio Robotti, docente al Politecnico di Torino e pioniere degli studi spaziali dal titolo: “Un modo di lanciare i satelliti artificiali” nella quale teorizzò, tra l’altro, il raggiungimento di grandi altezze per inserire satelliti in orbite circumterrestri mediante l’impiego di razzi pluristadi e propose un missile tutt’ala a delta, da lanciare da un aereo-madre.
Nel 1952 Robotti, dal Pian della Mussa in val di Lanzo, fece volare il primo razzo italiano a propellenti liquidi.

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In ambito eldo nel 1963, l’ingegner Ugo Sacerdote, capo dell’Ufficio Tecnico Studi Speciali della FIAT Aviazione, iniziò con il suo gruppo di ricerca di Torino gli studi per la realizzazione di scudi termici che costituiranno le prue dei razzi vettori Europa1 ed Europa2, a protezione del carico pagante dalla pressione aerodinamica e dal flusso termico prodotto nell’attraversamento dell’atmosfera.
Il gruppo diretto dall’ingegner Sacerdote iniziò anche gli studi per la realizzazione di satelliti sperimentali in due versioni (200 e 600 chilogrammi: ESRO e COS B).
Nel 1970 al X Convegno Internazionale sullo Spazio tenutosi a Roma il professor Robotti presentò una relazione dal titolo “Evoluzione della propulsione spaziale negli anni ’70” in cui erano esposti vari tipi di razzi mentre l’ingegner Ugo Sacerdote presentò una relazione dal titolo “Lanciatori spaziali europei per gli anni ’70” in cui evidenziava come gli studi del 1° stadio del vettore Europa III C, effettuati da FIAT Aviazione, avessero permesso di individuare una soluzione di elevata affidabilità, qualificando l’industria aerospaziale italiana come candidata a realizzare autonomamente uno stadio propulsivo completo.



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